Il 2023 è stato scelto dalla Ue come l’anno delle competenze, ma l’Italia si situa a metà della media europea. Promosso da UGL e FederTerzario, FondItalia è uno dei principali Fondi Interprofessionali che finanzia progetti formativi aziendali. Radiocolonna incontra il Vicepresidente e direttore Egidio Sangue.
Presidente quale sono le iniziative necessarie per migliorare la situazione italiana?
Per colmare il divario che caratterizza la formazione in Italia rispetto al resto d’Europa è necessaria innanzitutto una campagna di sensibilizzazione verso i titolari dell’impresa. Devono comprendere quanto siano fondamentali le competenze del proprio personale, non solo per la competitività delle loro imprese, ma per garantire ai loro dipendenti la possibilità di reggere il confronto di merito economico. In secondo luogo è un problema di risorse perché l’Italia investe molto poco rispetto i concorrenti europei. Inoltre c’è una frammentazione delle poche risorse disponibili fra soggetti diversi non coordinati fra loro. Infine non abbiamo sviluppato una corretta osmosi fra il sistema educativo e il sistema di formazione addizionale. Dovremmo immaginare che questi due mondi si scambino le informazioni. Dovrebbero partecipare e arricchire i rispettivi percorsi formativi, poiché sono in contatto con le esigenze di formazione derivanti dallo sviluppo economico e tecnologico. E offrire al sistema formazione continua nelle competenze tipiche, che il mondo accademico può produrre.
Sostenibilità e tecnologie sono tematiche centrali per l’economia del terzo millennio. Quali sono gli strumenti a disposizione delle aziende di fronte a queste sfide?
Ovviamente le risorse finanziarie che sono state messe a disposizione in parte con il programma ‘’Fondo nuove competenze’’ che è in corso di realizzazione con 1,198 milioni, che rimborsa il costo del personale che fa formazione, relativamente alle competenze digitali e in materia di green economy. E ’un fondo importante, ma avvalendosi di risorse della vecchia programmazione per il momento è previsto solo per l’anno corrente. Esistono anche risorse dei Fondi interprofessionali che ammontano mediamente fra i 500 e i 700 milioni di euro. Manca invece una campagna di sensibilizzazione sulla esigenza di innovazione, che le imprese devono avere per reggere sul mercato. Dobbiamo anche sostenere tante attività lavorative, che forniscono beni e servizi essenziali al Paese, e tuttavia non sono non sono coinvolti direttamente nelle nuove tecnologie.
Avete studiato uno strumento C+ (Più Competenze) per ridurre il gab fra domanda e offerta di lavoro. Ce lo può illustrare?
Questo strumento è stato concepito, nel caso fosse realizzato un sistema pubblico nazionale di incontro domanda e offerta, per poter valorizzare tutte le competenze del personale che partecipa ai corsi di formazione organizzati dal Fondo. E comunque per poter offrire ai soggetti preposti all’incontro domanda offerta, come le Agenzie per il lavoro e i Centri per l’impiego, una importante banca dati che possa cogliere con più correttezza e precisione, quali siano, l’incontro tra l’offerta lavorativa e le richieste delle imprese con le competenze che sono oggi disponibili. Connesso con il programma GOL sulla occupabilità dei lavoratori, con 4 miliardi di euro stanziati, che dovrebbe occuparsi attraverso percorsi di formazione, dell’occupabilità e non della occupazione. La possibilità di avere una banca dati completa potrebbe garantire a questo programma più successo. Oggi non è sufficiente considerando che alcuni strumenti hanno un limite regionale. Abbiamo Regioni con una fortissima richiesta di manodopera che non trovano nel loro territorio, e abbiamo la contezza che esistono aree dove le competenze esistono, ma sono afflitte da problemi di disoccupazione. Lo strumento è in fase di attuazione. Abbiamo contattato tutta una serie di enti attuatori per verificare se lo strumento offra non solo una completa profilazione, ma sia di agevole utilizzo.
Quali sono le competenze che un giovane deve oggi possedere e quali un lavoratore in cerca di un ricollocamento?
Le competenze digitali sono imprescindibili ormai. Sono comunque necessarie quelle competenze, cosiddette trasversali, che consentano al soggetto quella necessaria duttilità, che lo aiutano ad affrontare la voglia di cambiare, e lo allenano a un continuo apprendimento, per adeguarsi alle mutazioni in ogni settore.
Più in generale quali sfide attendono il mondo del lavoro nei prossimi tre-cinque anni?
Innanzitutto lo sviluppo economico del Paese. In assenza di sviluppo, la sfida riguarderà i temi legati ai tassi di disoccupazione, spesso collocati in alcune aree del Paese e una infrastrutturazione del tessuto sociale e produttivo. Ovviamente anche la possibilità di mettere a terra e di rendere operative tutte le risorse necessarie del Pnrr. Infine dobbiamo trovare gli strumenti per rimettere in modo il cosiddetto ascensore sociale, che ormai si è fermato, nel senso che chi entra in un’attività lavorativa ha la bassa retribuzione prevista dai contratti e ben difficilmente riesce a fare un salto di carriera che gli consenta, anche rispetto alla qualità di prestazione che lui offre, di avere una adeguata retribuzione. La scarsità delle competenze è una delle componenti che ritardano l’ascensore sociale.
Che ne pensa della settimana lavorativa di quattro giorni?
Lavorare solo quattro giorni potrebbe favorire molto la conciliazione dei tempi di vita con i tempi di lavoro. Indubbiamente il problema è la produttività. Dovremmo riuscire a garantire in quei quattro giorni non solo la produttività che oggi garantiamo nei cinque, ma anche un incremento. Tutto sommato non c’è un preconcetto. Potrebbe venire incontro ad alcune esigenze che si sono maturate durante il Covid, ma dobbiamo produrre ricchezza per avere meno tasse, pagare le pensioni, il reddito a chi non può lavorare…
Con il CNR siete promotori di un ‘’Osservatorio sulle trasformazioni del lavoro e la formazione continua’’. Recentemente ha promosso un convegno sul recupero del patrimonio storico e urbanistico. Che cosa sarebbe necessario per favorire lo sviluppo delle cosiddette aree interne?
L’accordo con il Cnr è stato fatto per offrire delle visioni e prospettive per meglio orientare le azioni del Fondo, ma anche essere promotori di proposte, tenendo conto che la maggior parte delle imprese aderenti al Fondo, il 92 per cento, sono microimprese, molte collocate nei grandi centri, ma moltissime nelle aree periferiche e in luoghi che tendono a spopolarsi. Perciò ci domandiamo se è possibile immaginare uno sviluppo economico che non sia solo urbano-centrico. E come poter offrire a coloro che vi abitano o vi sono nati, di trovare possibilità di lavoro e una qualità della vita dei Centri più grandi. Ciò consentirebbe di frenare il meccanismo di migrazione interna. Il recupero dei piccoli centri urbani potrebbe cominciare da una più ampia fruizione delle immense risorse materiali e immateriali, che rappresentano le basi del nostro patrimonio culturale.
Quali altri progetti avete in cantiere?
Abbiamo un progetto sulla possibilità che la formazione sulla ‘’sicurezza’’ possa essere materia di insegnamento alle scuole superiori. Quindi abbiamo partecipato a Firenze a ‘’Didacta Italia’’ che riunisce tutto il mondo della scuola, proponendo un canale di finanziamento con la partecipazione degli organismi paritetici per fornire ai docenti tutti gli strumenti per avere una formazione non quanto lavoratori, ma come futuri formatori. Nell’auspicio che la ‘’sicurezza’’ abbia un iter parlamentare positivo e diventi quindi materia di insegnamento, come la vecchia educazione civica.