Giovanni Falcone, un quarto di secolo di fango e rabbia

Sono passati 25 anni dalla barbara uccisione di Giovanni Falcone, della moglie e degli uomini della scorta a Capaci. E ancora molte sono le parti oscure

25 anni fa Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta venivano dilaniati da 1000 kg di tritolo posizionati sull’autostrada. Una delle stragi più efferate che la mafia abbia mai messo in atto. Una dimostrazione di forza e di impunità che si ripeterà, meno di due mesi dopo, con l’assassinio di Paolo Borsellino sotto casa della madre, in via D’Amelio.

 

A 25 anni di distanza si sa tutto della dinamica dell’attentato e delle modalità con cui questo è stato realizzato. Poco invece si sa su chi sia stato “la talpa”, cioè colui che ha informato la mafia dei movimenti di Falcone e della moglie, che atterrarono a Punta Raisi da Roma proprio la domenica 23 maggio. Chi poteva sapere? Si tratta di informazioni riservate, che dovrebbero essere custodite. E invece no. Qualcuno ha parlato e ha svelato ai corleonesi quale sarebbe stato l’orario di arrivo e il tragitto. Brusca e gli altri ebbero modo di minare un intero tratto di autostrada (senza che nessuno si accorgesse di niente??) e di aspettare nascosti che passassero le due auto. Un mistero italiano che ancora oggi rimane irrisolto.

 

C’è però un’eredità di Falcone che nessuno potrà portare via: quando disse che la mafia era un fatto umano e che di conseguenza aveva un inizio e una fine non poteva immaginare – o forse sì, chi lo sa – che proprio con la sua morte e quella di Borsellino avrebbe dato un’accelerata significativa alla lotta tra stato e mafia. Sarebbe ingenuo pensare che la mafia non esista più, ma che abbia ridotto le sue mire, ecco questo forse si può dire con un pizzico di orgoglio in più.

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